Lento soffiare

soffiava

come vento teso all’imbrunire

un lento

sapore di lumache

sulla manica

la scritta poetica

ho rilassato i nostri stomaci

su questi spaghetti

tributo al devoto

il suo menù

è un’insensata brodaglia

di perverse allucinazioni

si vive d’immagini

carta impecorita di files

vecchi un’ora dopo

viviamo d’immagini

prive di senso

vuote di significato

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Failoween

Halloween non mi piace. E’ un gran “n’importe quoi”, come direbbero i cuginastri transalpini. C’è gente che si traveste da Carnevale e chi da horror. Di quelle cose che fai senza manco sapere il perchè, perchè così fan tutti. Quest’anno ho anche trovato la scusa giusta per non travestirmi: mille sbatti, trasloco da fare, spesa fatta sul filo di lana. Poco male, ho interpretato me stesso trincando. Banale ma sincero. Sobrio e dissacrante. Ci ritroviamo a questa festa, dov’erano presenti molti miei ora ex colleghi. Nonostante sia oramai bell’e accasato, non manco di notare una super milf e una cougar: quest’ultima è finlandese, biondazza e massiccia. Mi presenta il suo lui, tarchiato e gobbo. Andando in terrazzo a bere, mi trovo in mezzo a due facce della stessa medaglia. Lui è innamoratissimo e scemotto, mi chiede di dove sono e gli rispondo: “Ahimè italiano”. “Ah, è per quello che sei bellissimo?”. “Ma sei gay?” vorrei rispondergli. In realtà non m’importa nulla della sua risposta, quindi mi concentro sulla sua mistress, che lo apostrofa malamente a suon di “Gimme my iShit” e confessa di trafficare acqua di lusso. Eh sì: dice proprio “luxury water”.

Sgrano gli occhi e chiedo delucidazioni, provando a convincermi dell’utilità del suo prodotto, di certo l’ennesima buffonata per riccastri. In pratica, l’acqua più pura al mondo si trova in Lapponia. Lo sa da un rapporto delle Nazioni Unite (fonte di certo imparziale…). Fatto sta che, a suo tempo, la nostra valchiria si imbazzò con alcuni imbottigliatori locali i quali hanno preferito vendere l’acqua a lei piuttosto che a investitori stranieri (perchè lei è una True Finn). Una cosa che ammiro di Robert Downey Jr. è la sua massima: “Ascolta, sorridi, sii d’accordo, e dopo fai lo stesso quel cazzo che vuoi fare”. Anche lei lo ammira, infatti a suon di sorrisi e assensi ha rubato l’acqua ai suoi connazionali per rivenderla a forestieri. Evidentemente, la importuno chiedendole: “Immagino che l’acqua la paghi un nonnulla, nevvero?”. Mi risponde con “It’s confidential”. Ma Dio tamarro, secondo te a chi lo vado a spifferare? Tanto mi ubriaco e me ne dimentico. Niente da fare, è la regola d’oro, se fai business o politica nascondi segreti e fregature, quindi non ti puoi sbottonare. Chiusa la parentesi, riprende il suo discorso.

Dice di avere esplorato il mercato e avere scoperto nicchie importanti in Cina e Medio Oriente. Specie in quest’ultimo, terreno generalmente avido d’acqua, i cui abitanti sono soliti evitare alcool a tavola, eliminando quindi il principale competitor della luxury water. “Quanto costa una bottiglia”, le chiedo. “18 euro”. Anvedi, 18 euro per 0.75 litri d’acqua, per una volta sono fiero di fare parte della middle class. “Immagino che la bottiglia sia figa – me la fai vedere (la bottiglia)?”. Me la porta, è parallelepipedale, la marca è gigantografata sopra, è orribile ma sarebbe perfetta per degli spaghetti. Glielo dico. “Gli spaghetti sono da negri”, mi risponde. Limono il suo lui per staccare una pezza imbarazzante.

Andrea Marti

Bzz…frr…

“Cià pastina, svegliati!”. “Bzz…frr…”. “Dai figa, che andiamo”. Apro a malapena gli occhi, mi aprono la bocca, sento amaro, mi fanno ingollare MDMA avvolta in una cartina. Butto giù. Saranno sì e no le 23, l’ultima cosa che ricordo è un chilum fumato personal in bagno, sfidandomi allo specchio; poi l’abbiocco. Stasera andiamo al TPO, ci sono dei concerti non meglio specificati. Appena entrati, ho una visione: le sagome attorno a me sono sì definite, eppure il mondo diventa rosso. Casco per terra e i miei amici mi portano fuori gattonando, per farmi riprendere. Dopo un blackout di 2-3 minuti, riprendo conoscenza e raggiungo lo stato di Super Sayan; ora, c’è da sapere che l’MDMA può sortire vari effetti, fra i quali la voglia irrefrenabile di aprire porte e curiosare su quel che va al di là del conosciuto. Io e il Peggio ne apriamo una: buio silenzio freddo. Se tornassimo indietro, sgamerebbero che stiamo penetrando nei meandri del locale; e perché mai farlo, dato il nostro delirio insulinico? Ne apriamo un’altra, poi, facendoci luce con il cellulare, un’altra ancora: davanti a noi brilla il caveau delle bibite. Qui sì che ci fermiamo un bel po’ e stappando una bella boccia di champagne brindiamo alla ridondante bellezza della vita. Dopodiché fottiamo qualche altra bottiglia, la inzainiamo e magicamente, aprendo porte nascoste, ci ritroviamo in cortile, alle 5, a concerti bell’e finiti. I burdel tornano a casa, non ci posso credere! Sono fatti come degli streptococchi, il Peggio mangia dei quartini mentre fa le pulizie, e ora vogliono andare a letto? Che si fottano, fumo un paio di bong giusto prima di pigliare il treno e scendere alla Street Parade a Firenze.

“Signore, buongiorno”. “Bzz…frr…”. “Il biglietto, prego”. Campano molto poco ma lo tiro fuori, il biglietto. Il controllore mi chiede se mi sia addormentato: ma no, guardi, stavo facendo addominali… “Certo – gli dico – e ora scendo a Firenze”. “No, mi spiace, siamo già a Chiusi, a un’ora da Roma”. Che Dio sia fustigato nell’alto dei peli. Scendo alla stazione e riparto per Firenze, crogiolandomi al pensiero che altri amici siano già là, sconvoltissimi. Agghindato da una fattanza imperterrita, scendo a SMN e proseguo per il parco delle Cascine; quando arrivo, le mie batterie sono così low, che sento i miei amici cincischiare qualcosa e andarsene. La testa nel polline non mi consente di convincerli a restare. Rimane solo una cosa da fare: buttare la testa dentro agli altoparlanti e morire di 180 BPM. Un’altra bella dose di MD mi ridona orgoglio, edonismo, cavalleria e insulsaggine. In un batter d’occhio mi ritrovo solo soletto a ballare tekno su un muro di casse, a 6 mt. D’altezza. Solo una cosa m’importa: la musica VELOCE e RIPETITIVA. Mi fanno scendere a forza e, per protesta, scambio un po’ d’MD con pasticche blu, ne trito una e me la pippo, i miei occhi stanno uscendo dalle orbite, mi sento Homer.

“Ehi tu!”. “Bzz…frr…”. “Svegliati, sennò ci resti secco”. Mi tirano su di botto, mentre il sole impazza non capisco una fava. Qualcuno vicino a me, sghignazzando, mi dice che mi sono bruciato. Penso alle mie cellule. Invece guardo il mio petto, paonazzo ovunque a parte attorno al quore, dove figurano due mani giunte a guisa di un faraone a riposo.

Fufi

Un finale diverso

Dopo il ballo, dopo il risveglio, dopo il bacio, Cenerentola, Rosaspina e Biancaneve avevano un appuntamento.

Si ritrovarono puntuali nel luogo stabilito da secoli e finalmente iniziarono la loro riunione per decidere se aprire insieme una fabbrica di scarpe, un’industria tessile oppure una scuola di equitazione per principi azzurri, che nel frattempo le stavano cercando e non sapevano dove erano finite, né se sarebbero mai tornate.

Loro nel frattempo si sentivano libere di svegliarsi da sole e di non aspettarsi più l’azzurro dai principi, ma di dipingersi arcobaleni da sole e di gioirne poi, un giorno, insieme a un compagno capace di aggiungere sfumature nuove.

Riccarda Patelli

ATM

ATM significa “bancomat” in inglese. Ma lo possiamo anche storpiare in “Aberrazione da Turismo di Massa”. Come nel caso di Malta. Ma procediamo con calma. A fine primavera 2013 ho ordinato una ragazza sudamericana su Internet. Un pacchetto tutto compreso: Milf, allegra, amante del samba e bonnevivante. Decidiamo d’andare a Malta per farle studiare l’inglese, tanto a me l’ubicazione lavorativa importa relativamente; anzi, mi manca il Mediterraneo. Inizio ad odiarla fin dai primi giorni, quando mi appioppa 50 kg cinquanta di valigie: chiedo da subito il rimborso del pacchetto. Ma in Brasile fanno orecchie da mercante. Poi, una volta a Malta, mi tira fuori che, per ovviare allo scandaloso sistema di trasporto pubblico locale, dovrebbero creare la metro (?); azzarda anche l’ipotesi che bambini, cani e sonnambuli guidino la macchina (in realtà si guida a sinistra, quindi il guidatore è “coperto” alla vista, se ci si trova al lato opposto rispetto alla macchina). Grazie a queste magie, inizio ad amarla.

 

Appena sbarcati alla Valletta, siamo colpiti dall’epica bellezza di questa città, ricolma di bastioni, torri di vedetta e mattoncini giallo deserto. Con il senno di poi, capirò che Valletta è davvero il gioiellino dell’isola, perchè il resto fa semi-schifo. Per il momento, comunque, ne chiedo un’opinione al ns. albergatore. “I Maltesi sono brutti, stupidi, sporchi e razzisti”, ci dice. Ringalluzziti dalle sue parole, gli chiediamo se l’isola si giri facilmente in bici. Lapidaria la risposta: “Per niente, qui la precedenza l’ha il mezzo di trasporto maggiore, quindi se siete in bici, bambini o animali, morirete in 0-2”. In realtà vogliamo solo farci la stagione a lavorare, quindi ci fermiamo 2-3 giorni alla Valletta per vedere come sarebbe viverci – pienissima di giorno, dopo le 19 manco i pachistani a venderti le birre prese dai tombini o dai bidoni dell’immondizia. Ci spostiamo allora a S.Julian, fulcro turistico dell’isola: una merda spiaccicata, a metà fra Las Vegas e Milano Marittima. Al solo nome, la pelle degli sgarbati che ci sono già stati si accapponerà di sicuro (i tamarri, invece, la ricorderanno con gaudio, visto che qui sono più diffusi della calvizie presso gli over 50). La vita notturna è orribile, piena di musica truzza e tipi che non hanno mai visto un pelo di topa. Le squinzie in realtà sono variegate: Malta è il secondo Paese al mondo (dopo, guess who? Gli Stati Uniti) per tasso di obesità, quindi le più grandi spronfondano in larderelli, tacchi 12 e abiti succinti che farebbero un migliore effetto su Platinette. Le più piccole invece si salvano, sia perchè mezze arabeggianti, sia per via delle gran tette in esposizione, un fattore che, in un’ Europa flagellata dalla crisi, spaccata dai nazionalismi e sconquassata da manovre correttive, beh, ha il suo perchè. Disperati, ci rifugiamo a Bugibba, a 10 km a nord. Non è malaccio, è tranqui&funky, piena di tradizioni 100% maltesi, come la colazione con uova e bacon, pinte di birra e karaoke. Più avanti con i lavori, scoprirò anche che i forni a Malta non esistono, così come non si mangia pesce e che il piatto più tipico è un rudimentale “pastizzi” (sfogliatella di ricotta). Inoltre, Malta è bella arida, senza fiumi, quindi senza agricoltura nè allevamenti, senza acqua corrente nè elettricità propria (ci pensiamo noi a rivenderglieli a prezzo maggiorato).

 

Di lavoro comunque ce n’è a pacchi: dopo 5 giorni, trovo un posto come cameriere a S. Paul’s Bay (dove si dice sia sbarcato San Paolo prima d’essere mandato a morire a Roma). Fare il cameriere può essere una grande professione se si lavora per riccastri, altrimenti: 1) si obbedisce agli ordini come pecore; 2) ci si scasina il ritmo dei pasti (per servire degli stronzi?); 3) si dice addio alle godurie di sempre (ciao fine settimana, ciao festività, ciao estate). Duro quindi due settimane, anche perchè la paga è di 4.5 euro l’ora, comunque superiore di un euro al minimo nazionale (ma è comunque pieno di persone che vengono qui a lavorare n.d.r.). Insomma, il lavoro abbonda, invero Malta è un paradiso per chi vuole farsi sfruttare. Specie in cambio di un’etica professionale scandalosa, vedasi il secondo lavoro da me trovato. Gran bazza. 5 ore al giorno, 25 a settimana, 5.5 euro l’ora, venditore di pacchetti turistici a 2 passi da casa. Il proprietario, da bravo mediterraneo, mette subito le mani avanti dichiarando di volere lavorare con me anche dopo l’estate (ma chi cazzo ti conosce?). Dopodichè, mi cambia i turni ogni 3×2, riduce le ore, chiama quando sono off, sfancula quando sono al lavoro. Cosa fa in questi casi una non-pecora? Fa presente che ha bisogno di calcolare lo stipendio mensile, i giorni liberi a disposizione etc. Nel giro di due ore un SMS m’informa del mio licenziamento per comportamento irrispettoso. Perchè a Malta vi chiederanno sempre d’essere flessibile, ossia prono a qualsivoglia richiesta, specie se indecente.

 

Se Malta fa schifo, la colpa sarà anche dell’ultracattolicesimo, che porta la gente a riprodursi a più non posso, perpetuando la loro infame cultura, ad avere legalizzato il divorzio solo 2 anni fa e a continuare a vietare la pillola del giorno dopo. Arrivo perfino a pensare che, visto che Malta è uno scopodromo, il business migliore sarebbe fare un caricone di pillole in Sicilia, tornare qui e venderle a 50 euro l’una: sai che affaroni. Invece spulcio il sito dell’agenzia interinale locale e m’imbatto in un’offerta di lavoro per cui richiedono attitudine per le vendite e Italiano+Inglese+Francese+Spagnolo. Paga: 5 euro l’ora. Groan… bombardo la mail di tale Awesome Ferries, che vende tragitti A/R per Comino, una perla di rara bellezza fra Malta e Gozo, mi chiamano alle 21.30, sono per caso a Bugibba, ci incontriamo. Sono 2 loschi figuri, grossi, cotti dal sole, che non si presentano e mi chiedono: “Which languages do you speak?”. Gliele snocciolo. “Do you want to work 6 hours per day, 9-15, every day?”. Confermo. “We’ll wait for you tomorrow, in Cirkewwa”. Che poi sarebbe il terminal per andare a Gozo. Uno si aspetta chissà quale borgo storico, chissà che città marinara; ovviamente, ci si ritrova davanti uno squallido piazzale cementato in mezzo al nulla, finanziato dall’Unione Europea. Il lavoro era però carinissimo: c’erano due “squadre”, Awesome e United. I capi si odiavano, i colleghi si amavano. M’aspettavo di vendere biglietti in un baracchino: tutt’altro. Per strada, dietro ad una linea. In due per squadra, all’arrivo di qualsiasi autobus, ci si sgolava in qualsiasi lingua pur di vendere un biglietto. Gli altri colleghi rimanevano nelle retroguardie per pescare chi non fosse già stato divorato. I targets preferiti erano i capigruppo e le donne, ossia chi detiene l’economia vacanziera. La regola era semplice: se un avventore prendeva un volantino, poteva parlare SOLO con chi gliel’aveva dato. La bagarre si scatenava quindi solo se una persona prendeva più volantini, o nessuno. A quel punto era genocidio: spintoni, offese ai familiari, sgambetti, si è anche arrivati ai pugni in faccia. Come spesso accade, i lavori peggiori  sono anche i più divertenti.

Malta è stata croce e delizia: ad esempio, i coinquilini erano fantastici. Oscar, spagnolo, bianchissimo, gran maggiordomo, pluritatuato e capo ultras del Deportivo; Andrè, artigiano brasiliano, hippie dai piedi neri e callosi, mangiava più trips lui che Hoffmann da giovane. Ci sono anche stati pochi begli scorci da spizzare, tipo a Medina, Riviera Bay, Gozo, Comino e qualcun altro cui si è arrivati tramite le classiche zingarate alla rinfusa, dettate dall’imperativo istinto di non seguire la strada maestra. Ho scoperto che il Maltese sta all’Arabo, come l’Italiano sta allo Spagnolo: è l’unica lingua semitica presente in Europa, così come l’unica scritta in caratteri latini. E’ molto interessante dal punto di vista etnolinguistico: difatti, è un dialetto arabo farcito di italianismi che paiono scritti da bimbiminkia, sulla falsariga di vjagg, muzewu, gwerra, kwartier, bocci klabb, spazju, eziljati, immaculata concezzjoni, ambaxxata! Ma, nel complesso, non ho mai visto gente così sedentaria, le persone stanno in macchina per parlare, mangiare, vedere paesaggi… senza godersi quello che hanno attorno. La cultura maltese non è mai nata e l’isola deve al dominio inglese la propria sopravvivenza (inglese+commercio = delocalizzazione a basso costo+lavoratori internazionali+corsi di lingua+turismo+investimenti), L’isola è piuttosto arida e brulla, i monumenti sono davvero trascurati e non capisco come si faccia a chiamarla “la perla del Mediterraneo” (opinione che va per la maggiore fra inglesi – gente di pessimo gusto – e minorenni). Un plauso va fatto ai marketers maltesi, che trasformano quotidianamento un incubo in Eldorado.

Riassumendo, e qui mi lancio in una filippica, i problemi di Malta sono: 1) il trasporto pubblico; 2) l’ignoranza di questi isolani; 3) il fatto che tu sia straniero. Fino a qualche anno fa, gli autobus locali erano variopinti e puntuali; ora sono stati privatizzati e fanno schifo. Non sono mai puntuali, arrivano in ritardo o in anticipo. Mossa che potrebbe passare inosservata, se fossero frequenti. Inoltre, come rimarcato anche al punto 3, prevedono una doppia tariffa: per maltesi e per stranieri. I primi pagano un biglietto giornaliero 1.50 euro, gli altri 2.60 euro. I primi possono fare l’abbonamento mensile, i secondi no, a meno che non: 1) spiaccichino qualche parola in maltese e ingannino così gli autisti; 2) abbiano miracolosamente ottenuto il permesso di residenza maltese. Mi chiedo: perchè questa discriminazione? Perchè??? Ma andiamo avanti: negli autobus c’è l’aria condizionata. Condizionata dal tempo esterno. Fa freddo fuori, si gela dentro. Fuori si schiatta dal caldo, dentro si bestemmia. I tragitti sono progettati da un malato di Parkinson, dato che per 10 km di tratta ci vuole un’ora e mezza. Gli autisti sono selezionati secondo la loro propensione alla maleducazione, spesso non si fermano quando richiesto, volentieri ti trattano a pescinfaccia. Questo dialogo, realmente avvenuto, è un esempio lampante del punto 2 (immaginare di salire su un autobus con 20 euro, volete fare il biglietto e andare a lavorare).

“Buongiorno, un biglietto, per favore”.

“Non ho il resto”.

“Ho capito, come possiamo fare?”.

“Cosa ne so io, prendi quest’autobus ogni giorno, lo sai che non ho il resto (1: non lo sapevo; 2: lavori a con-tatto con il pubblico; 3: è colpa mia se non hai il cambio?).

“Facciamo pagare altre persone, non appena avrà il resto, pagherò il biglietto”.

“No, scendi e vai a farlo in biglietteria”.

“Ok, però aspettami, eh”.

“Va bene”.

A Malta sono proibiti e sanciti penalmente i “per favore”, “grazie” e “scusa”. Vado alla biglietteria, che è chiusa. La macchinetta non accetta i 20 euro. Risalgo sull’autobus, che se ne sta andando.

“Non avevi detto che mi avresti aspettato? Comunque sia, non sono riuscito a fare il biglietto”.

“Allora scendi e prendi il prossimo”.

“Il problema non cambia, e devo essere alle 9 a Cirkewwa”.

“(urlando a squarciagola) Sono cazzi tuoi! Ma pensa te, io faccio il mio lavoro, è colpa tua se non hai i soldi!”

Una signora s’impietosisce, mi cambia i soldi e li rigiro all’autista.

“Eccoli qua: si può anche essere più educati in casi come questi”.

“Fucking tourist”.

Voilà un riassunto della simpatia maltese. Le uniche persone simpatiche conosciute, in 4 mesi, sono state dei contadini, il resto sono una feccia umana disarmante, pronti a vendere la nonna sottoprezzo pur d’inculare un turista. Altro esempio riportatomi da un amico: immaginatevici. Volete andare a vedere uno spettacolo di delfini. Costo: 100 euro (gulp!). Acconto: 40. La comprate, vi dicono di presentarvi il giorno dopo per saldare il conto. Andate con la prevendita. Vi dicono che non è valida, che avreste dovuto comprare subito il biglietto da 100. O ripagate tutto, o perdete l’acconto. Questo modo di fare mi fa vomitare e rendere conto della biechezza dell’essere umano. Che poi Malta vive di turismo, quindi dovrebbe farne tesoro. Tutt’altro, qui mi sono imbattuto in una rozzezza culturale davvero allarmante, un crogiuolo di stupido e pacchiano che rasenta l’ignobile.

Siamo al punto 3: meglio uniformarsi a Malta, dato che l’alternativa è essere un reietto della società. Qui mi chiedo: fino a che punto è valida la parola Europa? Perchè, come appena detto, si pagano prezzi diversi per lo stesso prodotto, a seconda della nazionalità? Le donne sono esseri umani di serie B e servono solo a fini riproduttivi. Le persone di colore sono ghettizzate e in certi locali non li fanno entrare neanche dopo verifica del passaporto europeo! Bisogna sottolineare che Malta è geograficamente al limite del blocco occidentale, sarà per questo che il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo risulta loro così difficile (va bene dai, non iniziamo a dire che pure da noi i diritti sono bistrattati…). Ad esempio, non basta essere cittadino europeo, ma bisogna ottenere anche il permesso di residenza maltese. L’unica maniera è ricevere la “protezione scritta” di un parroco, medico o poliziotto e portare la richiesta (non si accettano invii) alla Valletta, dove vi attenderanno file imperiture. Ottenni la sponsorizzazione di un medico il quale, dietro compenso di 10 euro, affermò che “Andrea Marti bla bla è idoneo al permesso di soggiorno bla bla in base alla sua solida condotta morale”. Avrei voluto scompisciarmi dalle risate. Invece ho preso il tutto e mi sono fatto 4 ore di attesa alla Valletta. L’impiegata di turno mi ha salutato dicendomi che mi avrebbero fatto sapere. Il vuoto, il nulla per 2 mesi. Qualche giorno fa ricevo una mail che m’informa dell’esito positivo della mia application. Ma che m’importa, non voglio mai più vivere a Malta. Mentre rimuovo un pelo dal mio naso, lunghissimo e albino, penso fra me e me che non vedo l’ora di finire di scrivere quest’articolo per fare CTRL+C e inviarlo alla Valletta.

Andrea Marti

Combattere la cellulite non è mai stato così trendy

Buondì. O buonasera, dipende.

Ostile allo stile torna a rallegrare le vostre giornate, proponendo le info giuste per i vostri acquisti modaioli ma adatte anche a menarvela un po’ mentre mangiate pasta scotta alle apericene.

Nello stendere questo pezzo, però, la vostra sfashion blogger non può nascondere una più che giustificata dose di sgomento.

Chiariamo: sono una sincera appassionata della storia del costume. Corsi e ricorsi della moda non mi turbano più di tanto, quasi ogni cosa è già stata fatta e moltissime di quelle che sembrano rivoluzioni da passerella in realtà celano riproposizioni più o meno dichiarate di ciò che è già stato.

Benché parecchio elastici, i limiti su ciò che considero indossabile però esistono, e questo è uno dei casi.

Questo trend qua, iniziato con le sfilate della scorsa primavera e ahimè riproposto con la proverbiale perseveranza diabolica, riguarda l’uso del neoprene per la creazione di abiti e gonne.

Neoprene. Avete letto bene.

Il neoprene è quel tessuto spesso e rigidino, acerrimo nemico della traspirazione cutanea, che è stato utilizzato finora esclusivamente per farci le pancere contenitive e anti rotolame adiposo.

Proposte spesso in un bel tono di blu, a contatto con la pelle queste fasce hanno il potere di creare un microclima infernale che, a badare alle televendite, è indispensabile per farvi ritrovare la pelle liscia e soda dei vent’anni.

Come fiera portatrice di un paio di chiappe talmente tonde che si inglobano non solo il mandolino ma tutti gli strumenti a corda dell’orchestra della Rai, in realtà, dovrei vedere con favore il diffondersi di una stoffa con queste caratteristiche: indossare una sottana in neoprene significa infatti unire un abbigliamento moderno alla possibilità di mettere a bollire le terga, nella speranza che si sciolgano un po’.

A vederla così, sarebbe pure una cosa carina…ma avete mai visto il neoprene voi?

Se riesce a rendere buffe modelle dotate di stomaci introflessi e bacini ossuti che cosa riuscirà a fare su di me, onesta amante delle melanzane alla parmigiana?

L’unico abito per cui credo sia perfetto sia come consistenza che come resa stilistica è la riproduzione, testa compresa, dell’Omino di marshmallow.

E considerando che fra poco partono i festeggiamenti per il trentennale del film “Ghostbusters”…

Claudia Dalle Carbonare

 

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Padri

Il ricordo che s’infila sotto un lenzuolo caldo e sudacchiato, le ore della sera che si mescolano a quelle del giorno che s’avvia al suo imbrunire, la remota immagine di me che corro su di una spiaggia dell’adriatico triste e metafisico di cabine di tela a strisce e odore di unguenti, la risata di mio padre… Mi chiedo se come padre sono altrettanto vigoroso, che padre sarò stato un giorno, e il ricordo che ho di lui che gioca alle bocce sulla sabbia. Io non riesco a pensare che la vita t’addomestica invece che insegnarti a viverla, che il fango sugli scarponi in una notte di marcia dentro una mimetica troppo spaziosa per il mio cuore, e l’anima che in subbuglio pulsa come un peloso cane sulla sua ciotola di poche cose, sia già di per sé la risposta inutile ad una domanda troppo pretenziosa. Diamo agli orpelli che ci stringono addosso come preziosi monili il nome in codice di ricordi,  di fatti, in realtà la vita che volevamo vivere si è già presa tutto, il merito e l’angoscia, la felice conclusione e l’arido svolgimento, il pensare e l’agire. Siamo così fottuti da non sapere di esserlo, e ridiamo forte, e sguaiati,  quando potremmo semplicemente sorridere con l’amaro sgorbio appena abbozzato all’angolo di una bocca che sa di sale. Saremo forse padri migliori solo quando il ricordo che ci portiamo cucito addosso ci permetterà di respirare senza più condizionarci.

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Whatever works – Possiamo stare tranquilli

Curiosa scoperta quella di un gruppo di ricercatori dell’Università di Boston, che recentemente hanno dimostrato di poter guarire dalla Athazagorafobia semplicemente dimenticandosi di averla.

Dopo i primi esperimenti che hanno dato esiti negativi, soprattutto a causa di alcune dimenticanze fondamentali da parte di un paio di ricercatori dell’Università di Boston (nello specifico, non si ricordavano più quali animali avessero sottoposto alla terapia), le cose hanno poi inspiegabilmente cominciato a migliorare.

Stavamo tutti mangiando un Big Mac durante l’intervallo della partita” ci spiega Dave Pollon, tecnico di laboratorio e ostetrico part time, “e improvvisamente, togliendo il cetriolo dal panino, mi sono reso conto che scomponendo la paura in microonde quantistiche, secondo il principio della Serie di Fourier, è possibile, in maniera molto semplice, provocare una deiezione totale, o perlomeno parziale, dei vettori della patologia, oltre a secernere vasopressina senza passare per l’ipotalamo. Chiaro, no?”

La rivoluzionaria scoperta è stata, come al solito, tacciata di falsità e ritenuta comunque di scarso interesse comune, soprattutto dagli addetti ai lavori, dai militari della Legione Straniera, e dai senzatetto.

Noi non siamo qui per giudicare nessuno” si è difeso Pollon “confidiamo in un mondo migliore, frutto di un mondo migliore, fiore di persone migliori, albero della civiltà, radice di un futuro alla portata dell’uomo di oggi e di ieri. Domani chissà. Evviva”

Non ci resta che aspettare e credere, ogni giorno un po’ di più, nelle infinite possibilità della Scienza e della Tecnologia.

Ora credo sia meglio salutarvi.

O forse è il caso di scrivere ancora qualcosa.

Oppure aspettare che siate voi ad andarvene.

O magari scrivere mentre vi saluto.

O salutarvi mentre ve ne andate.

Non lo so.

Nell’attesa che qualcuno scopra una cura valida per la Decidofobia

mi siedo e aspetto qui.

Un abbraccio.

M. E.

Col pistacchio o senza?

Se la sindrome del foglio bianco prende quando si è pure a dieta, il rischio di condirlo (il foglio) con il cibo si eleva inevitabilmente a potenza, con la p minuscola senza nulla togliere alla Basilicata, che non è una ricetta al basilico, infatti ha la B maiuscola. Non che il basilico sia minuscolo, anzi… ma non è questo il punto. O forse è il punto interrogativo?

Può darsi… Può darsi o dar si può? Dritto o rovescio? In qua o in là? Mah…

Mentre io per prima mi sto domandando cosa sto scrivendo su questo foglio bianco, si eleva a potenza anche il rischio di supercazzole online con collegamenti ipertestuali scappellati a destra ed evidenti segnali prematurati di sbirigude focalizzate sugli occhielli di privilegio.

Stavolta va così cari amici miei, ma divagando tra un fuoco fatuo, una pulitina e una sequenza seriale di ceffoni alla stazione, mi stacco da terra e mi teletrasporto col pensiero scientifico vagando per circa 6 miliardi di km e ponendomi un’altra domanda: cosa ci sarà dentro la sonda spaziale Rosetta che dopo 10 anni di viaggio sta raggiungendo la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko?

È entrata nella sua orbita a inizio Agosto e sappiamo che trasporta il lander Philae che a Novembre atterrerà sulla cometa per ispezionarla e trapanarla. Ma non ci sono notizie certe ed esatte su cos’altro trasporta Rosetta.

Insomma quando si fa visita ad una cometa non ci si può presentare con un riciclato tris di omaggi a base di oro, incenso e mirra! No, Rosetta rappresenta il progresso scientifico e trasporta sicuramente altro anche perché una volta arrivata lì dovrà pur fare merenda!

Andando al sodo la domanda specifica va oltre ed è: con pistacchio o senza?

Se ci pensiamo è la domanda del secolo di tutti i salumieri sul Pianeta Terra. Non c’è piccolo negozio di pizzicheria o immenso reparto gastronomia nella grande distribuzione in cui ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, non si senta chiedere “con pistacchio o senza?”.

E allora, tornando al sodo, c’è o no il pistacchio nella mortadella che Rosetta si sta portando dietro per fare pic nic sulla cometa insieme a Philae? È ovvio che stia portando mortadella, non ci sono dubbi altrimenti non si chiamerebbe “Rosetta” ma “DueFettediPaneToscano” e trasporterebbe finocchiona. Ma la presenza o meno del pistacchio è un quesito che dalle umane salumerie terrestri risuona e risuonerà intergalatticamente nell’Universo tutto finché non troverà risposta e il mistero sarà risolto.

Se adesso ci fosse qui Antani i casi sono due: o si farebbe la stessa domanda o potrebbe anche fregarsene come se fosse prosciutto.

Forse lo scopriremo presto insieme ai segreti della cometa che la scienza ci rivelerà. Oppure non lo sapremo mai, cosi come non sappiamo se il prosciutto di Antani, in senso anafestico, sarebbe dolce tarapia o salato tapioco.

Riccarda Patelli

La via della moda è lastricata di mattoni gialli

Fine Agosto, inizio Settembre.

Le riviste e i blog modaioli fermentano e ribolliscono più dei tini di carducciana memoria, tesi ad illustrare le tendenze da seguire per il prossimo autunno/inverno.

Quale momento migliore per inaugurare questa bella rubrichina?

“Ostile allo stile” si propone a voi tutti, cavalieri e donzelle, quale strumento di guida nel mare burrascoso della moda.

Un punto di riferimento per voi trend-setter, ricco di info sui must-have indispensabili per essere up to date e che, ovviamente, andrà di volta in volta a toccare tutti quelli che sono gli interrogativi di stile per la creazione di un perfetto total look.

Nostalgie anni ’90, sopracciglia gagliarde, mutande con le chiappe imbottite, borchie in ogni dove: non ci si può sottrarre alla tirannia degli stilisti e anche se fosse: perché mai?

La vita è foriera di tristezze e l’Apocalisse è vicina, tanto vale divertirsi con un armadio pieno di stronzate.

L’estate sta finendo, come ben sanno i fan dei Righeira, e presto nuvoloni di una gamma di grigi dall’ardesia all’antracite occuperanno i nostri cieli.

Ostile allo stile apre dunque le danze con quella che promette essere una tendenza che non ci abbandonerà presto e che anzi accompagnerà i nostri passi per un bel po’, catturando per noi tutto il sole possibile nei sopra citati futuri mesi plumbei.

Scarpe glitterate, da indossare obbligatoriamente di giorno.

Quegli stessi glitter che ornavano le zeppe di Boney M, degli Abba e dei Cugini di campagna.

Con la non trascurabile accortezza che i nostri idoli le sfoggiavano nel buio delle discoteche, e servivano a gareggiare con la sfera di specchietti girevole su chi rifletteva meglio i raggi delle luci stroboscopiche mentre intorno si limonava sui divanetti.

Noi no.

Sfideremo Aton, Apollo, Mitra e tutte le altre divinità solari esponendo alla luce diurna le nostre calzature tempestate di brillantini, e come novelle Dorothy ci divideremo fra la fila in posta, la spesa al super e la ricerca del mago di Oz battendo sui nostri tacchi luccicanti.

Personalmente non vedo l’ora.

Claudia Dalle Carbonare

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